Stai sostenendo tuo figlio o stai proiettando i tuoi fallimenti su di lui? La risposta cambierà il vostro rapporto per sempre

Quando un figlio giovane adulto attraversa un periodo di insuccessi professionali o relazionali, i genitori si trovano in una posizione delicatissima: da un lato vorrebbero alleviare la sofferenza, dall’altro temono di dire la cosa sbagliata. Questa fase della vita, che gli psicologi definiscono età adulta emergente, è caratterizzata da una particolare vulnerabilità emotiva, dove l’autostima oscilla in funzione dei successi esterni e l’identità professionale è ancora in costruzione.

Il primo errore che molti genitori commettono è quello di minimizzare il dolore con frasi come “vedrai che passa” oppure “ci sono problemi ben peggiori”. Questo atteggiamento, seppur mosso da buone intenzioni, comunica al figlio che le sue emozioni non sono legittime e che sta esagerando. La ricerca in psicologia dello sviluppo dimostra che la validazione emotiva è fondamentale per costruire resilienza, in quanto aiuta i genitori a comprendere meglio le emozioni e i bisogni sottostanti ai comportamenti dei figli e a rispondere in modo più empatico ed efficace.

La trappola delle aspettative nascoste

Spesso i genitori credono di incoraggiare quando in realtà stanno proiettando le proprie aspettative non realizzate. Frasi apparentemente neutre come “con le tue capacità potresti fare molto di più” oppure “non ti meriti questo trattamento” nascondono un messaggio implicito: non sei abbastanza dove sei adesso. Il giovane adulto percepisce questa incongruenza tra le parole di conforto e il giudizio sottostante, alimentando un senso di inadeguatezza ancora maggiore.

Il sostegno autentico richiede invece la capacità di separare le proprie ambizioni da quelle del figlio. Chiedersi sinceramente: sto incoraggiando lui o sto cercando di realizzare attraverso di lui quello che io avrei voluto essere? Questa distinzione non è un dettaglio psicologico ma la chiave per offrire un supporto realmente efficace, emancipandosi gradualmente dai figli per favorire la loro autonomia.

Riconoscere senza drammatizzare

Esiste un equilibrio sottile tra riconoscere la difficoltà oggettiva della situazione e drammatizzarla. Alcuni genitori, nel tentativo di mostrare empatia, amplificano la portata del problema: “È terribile quello che ti sta succedendo, non so come tu faccia a reggere”. Questo atteggiamento può paradossalmente aumentare l’ansia e la sensazione di impotenza, simile ai processi di co-ruminazione che intensificano la sofferenza emotiva.

L’approccio più funzionale prevede il riconoscimento fattuale della difficoltà seguito da un’apertura verso le risorse personali: “Capisco che questa situazione lavorativa ti stia mettendo alla prova. Come stai gestendo tutto questo?” La differenza è sostanziale perché si passa da una posizione di vittima a una di agente attivo della propria vita, promuovendo strategie di regolazione emotiva più funzionali.

Domande che aprono invece di chiudere

La maggior parte dei genitori tende a offrire soluzioni immediate: “Perché non provi a…?” oppure “Secondo me dovresti…”. Questo atteggiamento direttivo, tipico di chi ha vissuto più esperienze, impedisce al giovane adulto di sviluppare le proprie strategie di problem solving. Uno stile educativo incline al sostegno e in grado di incoraggiare l’indipendenza porta a una diminuzione dei conflitti e favorisce il benessere psicologico.

Le domande più utili sono quelle che stimolano la riflessione personale:

  • Cosa hai imparato su te stesso attraverso questa esperienza?
  • Quali sono le variabili che puoi controllare in questa situazione?
  • Quali strategie hai già provato e quali potrebbero essere alternative?
  • Di cosa hai bisogno concretamente in questo momento?

La differenza tra ottimismo tossico e speranza realistica

Esiste una differenza fondamentale tra dire “andrà tutto bene” e costruire una speranza basata sulla realtà. L’ottimismo forzato nega la complessità della situazione e può far sentire il figlio ancora più solo nel suo dolore. La speranza realistica, invece, riconosce le difficoltà attuali ma identifica percorsi concreti di cambiamento.

Questo significa aiutare il giovane adulto a distinguere tra ciò che è temporaneo e ciò che è modificabile. Un fallimento professionale non definisce l’identità complessiva di una persona, ma può fornire informazioni preziose su cosa non funziona e cosa invece merita di essere coltivato, facilitando un processo di adattamento.

Il potere del sostegno pratico

A volte il miglior supporto all’autostima non passa attraverso le parole ma attraverso gesti concreti. Offrire un aiuto pratico, che sia economico, logistico o professionale attraverso la propria rete di contatti, comunica un messaggio potente: crediamo in te abbastanza da investire risorse reali. Naturalmente questo deve essere calibrato per non creare dipendenza o togliere responsabilità, ma può fare la differenza in momenti di particolare difficoltà, migliorando la qualità delle relazioni genitore-figlio.

Quando tuo figlio fallisce, qual è il tuo primo istinto?
Minimizzare per consolarlo
Offrire subito soluzioni pratiche
Drammatizzare per mostrargli empatia
Dirgli che può fare di più
Ascoltare senza giudicare

Quando i genitori devono lavorare su se stessi

Spesso la difficoltà nel sostenere l’autostima del figlio riflette le insicurezze dei genitori stessi. Vedere un figlio soffrire riattiva paure profonde legate al proprio valore come educatori: “Dove ho sbagliato?” oppure “Cosa penseranno gli altri della nostra famiglia?”. Il lavoro con i genitori aiuta a comprendere e contenere le difficoltà reciproche, rendendo il contesto familiare più idoneo alla crescita del figlio.

Lavorare sulla propria ansia come genitori, magari attraverso un supporto psicologico, non è un lusso ma una necessità per poter offrire al figlio uno spazio emotivo pulito da proiezioni e aspettative disfunzionali. I giovani adulti hanno bisogno di genitori che siano basi sicure, non di ulteriori fonti di pressione, potenziando la sensibilità e la capacità riflessiva dei caregiver.

La capacità di accompagnare un figlio attraverso gli insuccessi senza sminuirli né amplificarli rappresenta una delle sfide educative più complesse dell’età contemporanea. Richiede presenza emotiva, distacco dalle proprie aspettative e fiducia profonda nelle risorse dell’altro. Solo così il sostegno genitoriale può trasformarsi in quello che dovrebbe essere: un trampolino verso l’autonomia, non un rifugio dalla realtà.

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