Cos’è la sindrome del figlio sfavorito e come segna per sempre chi non era il preferito, secondo la psicologia?

Alziamo la mano chi, almeno una volta da bambino, ha avuto la sensazione che mamma o papà preferissero il fratello o la sorella. Ecco, probabilmente quasi tutti abbiamo alzato la mano, anche solo mentalmente. E se vi dicessi che non era solo un’impressione da bambini gelosi? La psicologia del favoritismo genitoriale ha studiato questo fenomeno per decenni e ha scoperto cose che vi faranno dire “quindi non ero pazzo”. Parliamo del Parental Differential Treatment, quella dinamica invisibile che modella chi siamo da adulti, anche quando pensiamo di averle superate.

I numeri che nessuno vuole ammettere ma che la scienza conosce benissimo

Partiamo da un dato che farà sobbalzare dalla sedia molti genitori: le ricerche condotte in California mostrano che circa il settanta per cento dei genitori mostra una preferenza verso uno dei propri figli. Settanta per cento. Questo significa che se state leggendo questo articolo e avete dei fratelli, ci sono ottime probabilità che anche nella vostra famiglia questa dinamica si sia verificata, almeno in qualche forma.

Ma prima di chiamare i vostri genitori per chiedere spiegazioni, facciamo un respiro profondo. Gli studi su famiglie britanniche e americane condotti negli anni Novanta da ricercatori come Judy Dunn e Robert Plomin hanno documentato che questo trattamento differenziale è spesso legato a fattori specifici: il temperamento del bambino, l’ordine di nascita, il sesso e gli eventuali problemi comportamentali. In pratica, i genitori reagiscono in modo diverso a figli diversi perché i figli sono effettivamente diversi tra loro.

Il problema non è tanto che esistano differenze nel modo di relazionarsi con ciascun figlio. Il problema nasce quando queste differenze vengono percepite dal bambino come un giudizio sul suo valore come persona. E qui casca l’asino, perché i bambini non hanno gli strumenti cognitivi per contestualizzare. Se papà dedica più tempo al fratello maggiore per aiutarlo con i compiti più difficili, il piccolo non pensa “ha bisogni diversi dai miei”. Pensa semplicemente “papà lo ama di più”.

Cosa succede davvero ai figli meno preferiti

Arriviamo alla parte che probabilmente vi sta più a cuore. Uno studio del 2018 ha seguito 725 adulti con un’età media di 49 anni, quindi persone che avevano già vissuto metà della loro vita. I risultati sono stati sorprendenti e anche un po’ inquietanti. Gli adulti che si erano percepiti come figli meno preferiti durante l’infanzia mostravano ancora livelli significativamente più alti di ansia, sintomi depressivi e bassa autostima rispetto ai loro fratelli considerati preferiti.

Pensateci un attimo. Stiamo parlando di persone che hanno superato i quarant’anni, che magari hanno costruito famiglie proprie, carriere, vite completamente indipendenti. Eppure quella sensazione di “non essere abbastanza” radicata nell’infanzia continua a sussurrare nella loro mente decenni dopo.

Questa condizione è stata definita da alcuni studiosi come la sindrome dello sfavorito, un termine che descrive quella costellazione di sintomi emotivi che caratterizzano i figli che si sono percepiti come meno amati durante l’infanzia. Non si tratta di un capriccio che passa con l’adolescenza. È qualcosa che si radica profondamente nell’identità della persona.

Come si manifesta concretamente nella vita di tutti i giorni? Potreste ritrovarvi con un bisogno costante di approvazione esterna, sempre alla ricerca di conferme dagli altri sul vostro valore. Oppure potreste tendere a sminuire i vostri successi, convinti di non meritarli veramente. Molti adulti che sono stati figli meno preferiti faticano a fidarsi nelle relazioni intime, aspettandosi sempre di essere abbandonati o traditi in qualche modo.

Il colpo di scena che nessuno si aspetta: anche il preferito soffre

Ecco la parte che probabilmente vi lascerà a bocca aperta. Gli stessi studi che hanno analizzato gli effetti sui figli meno preferiti hanno rivelato qualcosa di inaspettato: anche i figli che si percepivano come preferiti mostravano livelli elevati di sintomi depressivi in età adulta.

Come è possibile? La logica ci direbbe che essere il preferito dovrebbe essere una vittoria, no? Il punto è che essere il figlio prediletto comporta pressioni enormi e spesso invisibili. C’è l’ansia da prestazione costante, il terrore di deludere le aspettative, il peso schiacciante di dover mantenere uno standard impossibile. C’è anche il senso di colpa verso i fratelli, che spesso non viene mai elaborato e rimane come un sassolino nella scarpa per tutta la vita.

Il figlio preferito vive spesso con la sensazione di dover meritare continuamente quell’amore, come se fosse condizionato alle sue performance. Deve sempre essere il più bravo, il più responsabile, quello che non delude mai. E questo, credetemi, è l’opposto di un amore sano e nutriente. Un bambino dovrebbe sentirsi amato per quello che è, non per quello che fa o per come si comporta.

Come si manifesta il favoritismo nella vita quotidiana

Potreste chiedervi: ma in concreto, come si manifesta questo favoritismo? Non è che i genitori vadano in giro dichiarando apertamente “tu sei il mio preferito”. Sarebbe troppo semplice, e troppo raro.

Il trattamento differenziale si nasconde nelle piccole cose quotidiane che un bambino assorbe come una spugna. È nel tono di voce leggermente più caldo quando si parla con un figlio rispetto all’altro. È nell’attenzione dedicata ai risultati scolastici di uno mentre quelli dell’altro passano quasi inosservati. È nella quantità di foto nell’album di famiglia, nelle storie raccontate durante le cene con i parenti, nei ricordi che vengono celebrati e tramandati.

È nelle aspettative diverse che si hanno per ciascun figlio, nei permessi concessi o negati, nella fiducia dimostrata. A volte si manifesta nel modo in cui vengono gestiti i conflitti tra fratelli, quando uno viene sempre creduto e l’altro sempre messo in discussione. Sono tutte piccole gocce che, sommate nel tempo, creano un oceano di percezione.

L’effetto devastante sulle relazioni tra fratelli

Ma aspettate, perché non finisce qui. Le ricerche del 2010 hanno dimostrato che il favoritismo genitoriale non danneggia solo il rapporto tra genitore e figlio, ma compromette pesantemente anche le relazioni tra fratelli, creando dinamiche conflittuali che possono durare fino all’età adulta e oltre.

Due fratelli adulti, magari già con figli propri, che continuano a competere per l’approvazione dei genitori ormai anziani. Oppure fratelli che si sono allontanati per anni, incapaci di costruire un rapporto autentico perché durante l’infanzia si sono sempre percepiti come rivali per conquistare un affetto che sembrava limitato.

La competizione innescata dal favoritismo crea una narrazione tossica: se mio fratello riceve più amore, significa che ce n’è meno per me. L’amore viene percepito come una risorsa scarsa, da conquistare, da meritare, da difendere, piuttosto che come qualcosa di incondizionato e abbondante. Questa mentalità di scarsità avvelena i rapporti fraterni e spesso si estende anche ad altre relazioni nella vita adulta.

Casi particolari: quando un figlio ha bisogni speciali

C’è un aspetto importante da considerare che complica ulteriormente il quadro. In famiglie dove un figlio ha una disabilità, una malattia cronica o bisogni particolari, il trattamento oggettivamente diverso è necessario e inevitabile. Quel figlio richiede davvero più tempo, più energie, più attenzioni mediche e assistenziali.

In questi casi, i genitori si trovano in una situazione impossibile da gestire perfettamente. Da un lato devono rispondere ai bisogni reali e spesso urgenti di un figlio, dall’altro rischiano inevitabilmente di trascurare emotivamente gli altri. Gli studi mostrano che i fratelli di bambini con disabilità spesso sviluppano una maturità precoce impressionante, diventando piccoli adulti prima del tempo, ma portano anche dentro sentimenti ambivalenti di risentimento e colpa che sono difficilissimi da gestire.

In famiglia eri percepito come?
Il preferito
Lo sfavorito
Il mediatore
L'invisibile
Il ribelle

La differenza fondamentale in questi casi la fa la comunicazione. I genitori che riescono a parlare apertamente di questa situazione difficile con tutti i figli, validando le emozioni di ciascuno e riconoscendo le fatiche di tutti, riducono significativamente gli effetti negativi del trattamento necessariamente differenziale.

La percezione conta più della realtà oggettiva

Una cosa affascinante che emerge dalle ricerche del 2002 è che la percezione soggettiva del bambino è spesso più importante del trattamento oggettivo che riceve. In altre parole, conta meno quello che i genitori hanno effettivamente fatto e più quello che i figli hanno percepito e interpretato con i loro occhi da bambini.

Questo significa che due fratelli possono essere cresciuti nella stessa casa, con gli stessi genitori, eppure aver vissuto e percepito dinamiche familiari completamente diverse. Uno può essersi sentito profondamente amato e l’altro profondamente trascurato, anche se oggettivamente i genitori cercavano di essere equi.

Questo accade perché i bambini sono osservatori acutissimi ma interpreti imperfetti della realtà. Notano ogni dettaglio, ogni sfumatura nel comportamento degli adulti, ma non hanno ancora gli strumenti cognitivi ed emotivi per contestualizzare quello che vedono. Non capiscono che forse la mamma è più paziente con la sorella perché è più piccola, o che il papà passa più tempo con il fratello perché condividono una passione. Interpretano tutto attraverso la lente del “chi è più amato”.

Cosa succede quando questi pattern arrivano all’età adulta

Arriviamo alla parte che probabilmente vi riguarda più da vicino se state leggendo questo articolo con un certo trasporto emotivo. Come si manifestano concretamente questi pattern nella vostra vita adulta?

Se siete stati il figlio meno preferito, potreste riconoscervi in alcuni comportamenti specifici. Forse avete sempre avuto bisogno di essere i migliori in quello che fate, cercando all’esterno quella validazione che non avete ricevuto a sufficienza in famiglia. Oppure al contrario, potreste esservi ritirati dalla competizione, convinti in partenza di non poter vincere mai.

Nelle relazioni romantiche, questi pattern si manifestano spesso in modo doloroso. Alcuni tendono a scegliere partner emotivamente distanti, ricreando inconsciamente la dinamica familiare dell’amore che va conquistato. Altri diventano ipervigilanti, interpretando ogni piccolo segnale come conferma che stanno per essere abbandonati. La profezia che si autoavvera diventa un meccanismo di difesa: meglio allontanarsi prima di essere lasciati.

Sul lavoro, il figlio meno preferito può manifestare due estremi opposti. Da un lato l’iperlavoro compulsivo, il tentativo di dimostrare costantemente il proprio valore attraverso la produttività. Dall’altro la sindrome dell’impostore, quella sensazione persistente di essere un bluff, di non meritare i successi ottenuti, di essere sempre sul punto di essere smascherati come inadeguati.

È possibile guarire da queste ferite invisibili

La buona notizia, e ve lo dico con sollievo, è che riconoscere questi pattern è davvero il primo passo fondamentale per elaborarli e superarli. La consapevolezza non risolve tutto magicamente, ma apre una porta che prima era chiusa.

Molte persone trovano estremamente utile esplorare questi temi in terapia, dove possono finalmente dare voce a quella bambina o quel bambino che si sentiva invisibile o schiacciato dalle aspettative. Altri trovano guarigione nel confrontarsi apertamente con i fratelli da adulti, scoprendo spesso che anche loro hanno vissuto sofferenze, anche se diverse e forse inaspettate.

La ricerca sulla resilienza ci dice che l’essere umano ha una capacità sorprendente di guarire e crescere anche partendo da basi difficili. Alcuni fratelli considerati meno preferiti sviluppano un’indipendenza emotiva e una forza interiore notevoli proprio perché hanno dovuto imparare presto a trovare valore in se stessi piuttosto che nell’approvazione genitoriale.

Ma attenzione: questo non significa romantizzare il trauma. Non dobbiamo cadere nella trappola di pensare che quelle difficoltà fossero necessarie per diventare forti. La resilienza è ammirevole, ma un’infanzia emotivamente sicura lo sarebbe stata ancora di più e avrebbe risparmiato anni di sofferenza.

Cosa possono fare i genitori di oggi

Se state leggendo questo articolo e siete genitori, probabilmente vi state facendo mille domande e magari vi sentite anche un po’ in colpa. Sto favorendo inconsapevolmente uno dei miei figli? È una domanda legittima e importante da porsi.

La ricerca psicologica suggerisce alcune strategie concrete e rassicuranti. Prima di tutto, dovete sapere che avere sentimenti leggermente diversi verso figli diversi è assolutamente normale e umano. I vostri figli sono persone diverse e suscitano in voi reazioni diverse. Non dovete sentirvi mostri per questo.

L’importante è che queste differenze emotive interne non si traducano in differenze tangibili e consistenti di amore, rispetto, attenzione e considerazione. Potete sentire che con un figlio è più facile andare d’accordo, ma dovete fare lo sforzo consapevole di dedicare tempo e attenzione di qualità anche all’altro.

Prestate attenzione ai messaggi impliciti che inviate. Non sono solo le parole che contano, ma anche il linguaggio del corpo, il tempo effettivamente dedicato, l’interesse genuino mostrato per le passioni e i problemi di ciascuno. Verificate periodicamente con onestà: sto celebrando i successi di tutti i miei figli con lo stesso entusiasmo? Sto ascoltando davvero ciascuno di loro quando mi parlano?

Evitate come la peste i confronti diretti tra fratelli. Ogni figlio ha il suo percorso, i suoi tempi, i suoi talenti unici. Confrontarli tra loro crea inevitabilmente una gerarchia di valore che viene interiorizzata profondamente.

Un fenomeno antico ma non inevitabile

Il favoritismo genitoriale è antico quanto l’umanità stessa. Basta pensare alle storie bibliche di Caino e Abele, o Giuseppe e i suoi fratelli che lo vendono come schiavo perché il padre lo preferiva. Questi racconti continuano a risuonare nella cultura perché toccano qualcosa di universalmente riconoscibile: la competizione per l’amore genitoriale, la gelosia fraterna, le conseguenze devastanti del sentirsi meno amati.

Ma il fatto che sia un fenomeno universale e comune non significa che sia inevitabile o impossibile da gestire meglio. La consapevolezza di questa dinamica, supportata da decenni di ricerca scientifica solida, ci dà strumenti che le generazioni precedenti semplicemente non avevano. Possiamo riconoscere i nostri pregiudizi inconsci, correggerli attivamente, parlarne apertamente invece di far finta che non esistano.

Se vi siete riconosciuti in questo articolo come il figlio sfavorito, voglio dirvi una cosa importante: quel messaggio di non essere abbastanza che avete ricevuto era falso. Era l’interpretazione di un bambino che non aveva altri strumenti per capire la realtà, non una verità oggettiva sul vostro valore come persone. Se invece siete stati il preferito, sappiate che non dovete più portare il peso di aspettative impossibili o il senso di colpa per un privilegio che non avete chiesto. E se siete genitori, ricordate che la perfezione non esiste e non è nemmeno l’obiettivo. Ma la consapevolezza, l’intenzionalità e la volontà di mettersi in discussione possono fare una differenza enorme nella vita emotiva dei vostri figli.

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