Essere genitori oggi è come giocare a un videogioco in modalità difficile, senza manuale di istruzioni e con tutti che ti guardano mentre giochi. Ti svegli la mattina e ti chiedi se stai rovinando tuo figlio perché ieri sera hai ceduto e gli hai dato il tablet per dieci minuti in più, o perché a cena ha mangiato ancora una volta pasta in bianco. Nel frattempo, sui social vedi genitori apparentemente perfetti con figli che fanno yoga, parlano tre lingue e mangiano verdure con entusiasmo.
Ma ecco la verità che nessuno ti dice abbastanza spesso: probabilmente stai facendo un lavoro straordinario, solo che non hai gli strumenti per riconoscerlo. La psicologia dello sviluppo ci mostra che esistono segnali chiarissimi che indicano quando un bambino cresce in un ambiente emotivamente sano, e la maggior parte di questi segnali sono così quotidiani, così normali, che li lasci passare senza dargli peso. Parliamo di questi indicatori, di quella roba che succede tutti i giorni e che in realtà ti sta dicendo che lo stai facendo bene.
Il primo super-potere: sa cosa sta provando e te lo dice
Tuo figlio torna da scuola e invece di fare spallucce quando gli chiedi come è andata, ti dice “Oggi mi sono sentito escluso quando Marco ha invitato tutti al suo compleanno tranne me, e sono triste”. Oppure “Sono arrabbiato perché la maestra mi ha sgridato davanti a tutti”. Ecco, fermati un secondo. Quello che hai appena sentito è oro puro dal punto di vista psicologico.
La capacità di riconoscere e nominare le proprie emozioni fa parte di quella che gli studiosi chiamano competenza emotiva, studiata tra gli altri da Carolyn Saarni nel suo lavoro sul development of emotional competence. E non è una cosa scontata, anzi. Susanne Denham e colleghi hanno pubblicato nel 2003 su Child Development una ricerca che mostra come i bambini capaci di riconoscere le emozioni proprie e altrui abbiano relazioni migliori con i coetanei e meno problemi comportamentali.
Quando tuo figlio ti dice “mi sento frustrato” invece di tirare un giocattolo contro il muro, sta dimostrando una competenza che alcuni adulti non hanno ancora imparato. Questa abilità non si sviluppa nel vuoto: si costruisce in ambienti dove le emozioni vengono nominate ad alta voce, dove nessuno ti dice “non piangere” o “non è niente”, ma piuttosto “vedo che sei deluso, ti capisco”. Nancy Eisenberg, nel suo lavoro del 2000 sulla regolazione emotiva, ha dimostrato che i genitori che parlano apertamente delle emozioni e le validano crescono figli più capaci di gestirle.
Cosa significa nella vita reale
Significa che quando tuo figlio viene da te in lacrime perché ha litigato con l’amico del cuore e ti spiega punto per punto cosa è successo e come si sente, non sta facendo un dramma. Sta elaborando un’esperienza emotiva difficile in modo sano. Sta usando le parole invece dei pugni, la comunicazione invece del silenzio. E soprattutto, sta venendo da te perché sa che può farlo, che troverà ascolto, non giudizio.
Questo è un segnale potentissimo che l’ambiente emotivo in cui cresce è sicuro. E la sicurezza emotiva, secondo la teoria dell’attaccamento di John Bowlby e le ricerche di Mary Ainsworth del 1978, è la base da cui parte tutto il resto dello sviluppo sano.
Secondo segnale: è curioso come uno scienziato pazzo
Sei mai arrivato al quinto “perché” consecutivo prima delle otto del mattino e hai sentito il tuo cervello sciogliersi? Congratulazioni, è un segno fantastico. La curiosità nei bambini non è solo simpatica o esasperante a seconda del momento della giornata: è un indicatore cruciale di benessere emotivo.
Uno studio pubblicato su Perspectives on Psychological Science da Gottfried e colleghi nel 2016 ha evidenziato come la curiosità intellettuale nei bambini sia correlata non solo a migliori performance cognitive, ma anche a competenze socio-emotive più sviluppate. Ma c’è di più: per essere curiosi, i bambini devono sentirsi al sicuro.
La teoria dell’attaccamento ci insegna che i bambini usano le figure di riferimento come “base sicura” da cui partire per esplorare il mondo. Quando sanno che possono tornare indietro in caso di pericolo o incertezza, si sentono liberi di allontanarsi, di provare, di scoprire. È come avere un paracadute emotivo: puoi saltare perché sai che qualcosa ti sosterrà. Al contrario, i bambini che crescono in ambienti imprevedibili o emotivamente instabili tendono a essere più cauti, meno propensi a esplorare.
Quindi sì, quando tuo figlio decide che deve assolutamente capire cosa c’è dentro il telecomando della TV e lo smonta pezzo per pezzo, puoi trovare un po’ di consolazione nel fatto che sta dimostrando sicurezza emotiva. Certo, il telecomando è da buttare, ma il bambino sta bene. Sta esplorando, sta imparando, sta seguendo la sua naturale spinta alla scoperta perché si sente abbastanza sicuro da farlo.
Terzo segnale importante: ha amicizie vere
Tuo figlio non deve essere la star della classe o avere centinaia di amici. Alcuni bambini sono naturalmente più introversi, altri più selettivi. Ma se ha anche solo una o due amicizie significative, persone con cui condivide giochi, confidenze, affetto, è un segnale meraviglioso.
La ricerca di Bagwell e Schmidt pubblicata nel loro libro Friendships in Childhood and Adolescence del 2011 mostra costantemente come la capacità di creare e mantenere relazioni positive sia uno degli indicatori più affidabili di sviluppo sano. E questa capacità nasce dalle prime relazioni vissute in famiglia. Secondo lo studio longitudinale del Minnesota condotto da Sroufe e colleghi per oltre trent’anni, i bambini con attaccamento sicuro tendono a essere più competenti nelle relazioni sociali, più empatici, più capaci di cooperazione.
Non importa se tuo figlio viene invitato a tutte le feste di compleanno o se ha un gruppo enorme. Quello che conta davvero è la profondità delle relazioni. Ha qualcuno con cui si confida? Con cui gioca volentieri? Con cui condivide momenti autentici? Allora stai tranquillo. Come evidenziato da Bukowski e colleghi nel loro lavoro del 2010 sulle relazioni tra pari e salute mentale, anche una sola amicizia stretta e stabile può fungere da fattore protettivo importante per il benessere psicologico.
È autonomo ma sa quando chiedere aiuto
Ecco uno di quei paradossi che solo la psicologia dello sviluppo può spiegarti: un bambino emotivamente sano è quello che fa le cose da solo ma sa anche dire “ho bisogno di te”. Sembra una contraddizione, ma in realtà è la combinazione perfetta.
Gli studi sullo sviluppo dell’autonomia, da Erik Erikson in poi, ci mostrano che i bambini hanno bisogno di sperimentare la propria indipendenza in modo graduale e appropriato all’età. Ma la vera autonomia sana non è “me la cavo sempre da solo”, che spesso è una forma di pseudo-autonomia sviluppata quando il bambino ha imparato che chiedere aiuto non porta risultati o è pericoloso. L’autonomia vera è quella descritta nei modelli di attaccamento: provo da solo, ma se non ce la faccio so che posso contare su di te.
Quando tuo figlio di quattro anni insiste per vestirsi da solo e esce dalla cameretta con una combinazione che sfida ogni legge della moda e del buon senso, è un segnale positivo. Sta sperimentando l’autonomia in un contesto sicuro. E quando poi arriva da te e dice “Non riesco ad allacciare le scarpe, mi aiuti?”, quello è un segnale ancora migliore. Secondo la ricerca di Compas e colleghi del 2017 sul coping e la regolazione emotiva, la capacità di chiedere supporto quando serve è una competenza adattiva fondamentale.
Gestisce le piccole delusioni senza crollare ogni volta
Non stiamo parlando di bambini invincibili che non piangono mai. Stiamo parlando di quella capacità di base di affrontare un no, una sconfitta, una delusione, e andare avanti. Tuo figlio perde una partita, si arrabbia, magari piange per cinque minuti, poi si riprende e dice “Pazienza, la prossima volta andrà meglio”. Quello che stai vedendo è resilienza in azione.
La resilienza, come ci insegnano decenni di ricerche a partire dai classici studi longitudinali di Emmy Werner, non è una caratteristica innata. Si costruisce attraverso esperienze di difficoltà gestibili, con accanto almeno una figura di riferimento che funge da rete di sicurezza. Ann Masten, nel suo libro Ordinary Magic del 2014, ha dimostrato come la resilienza nei bambini sia il risultato di processi di sviluppo ordinari che funzionano bene, non di qualche dote speciale.
Come evidenziato da Morris e colleghi nel loro articolo del 2007 su Social Development, i bambini inizialmente imparano a calmarsi grazie alla “coregolazione” con l’adulto. Tu gli stai vicino, lo aiuti a respirare, gli ricordi che la rabbia passa, gli mostri che puoi contenere la sua tempesta emotiva senza esserne travolto. Piano piano, queste strategie vengono interiorizzate. Quindi quando vedi tuo figlio che riesce a superare una piccola delusione senza che il mondo crolli, quello è il frutto di centinaia di momenti in cui tu sei rimasto lì, accanto a lui, mentre imparava che le emozioni difficili si possono attraversare.
Mostra affetto senza vergogna
Tuo figlio ti abbraccia spontaneamente. Ti cerca quando ha bisogno di conforto. Dice “ti voglio bene” senza sentirsi ridicolo. Ringrazia. Esprime gratitudine in modo naturale. Questi sono segnali che spesso diamo per scontati, ma sono in realtà molto significativi.
In ambienti dove l’affetto è condizionato, dove viene usato come premio o ritirato come punizione, i bambini imparano a trattenere le proprie emozioni affettive. Diventano cauti nell’esprimere bisogni emotivi perché hanno imparato che farlo può essere rischioso o inutile. Carl Rogers, uno dei padri della psicologia umanistica, parlava di “considerazione positiva incondizionata”: quando un bambino sente di essere amato per quello che è, non per quello che fa, sviluppa la capacità di esprimere affetto in modo libero e autentico.
Se tuo figlio è affettuoso, significa che ha imparato che l’affetto è uno spazio sicuro. Che può mostrare vulnerabilità, tenerezza, bisogno di vicinanza, e che dall’altra parte troverà accoglienza. Secondo la ricerca di Hazan e Shaver del 1987 sull’attaccamento nelle relazioni adulte, questo pattern relazionale tende a rimanere stabile nel tempo, influenzando positivamente le relazioni future. È un regalo che lo accompagnerà per tutta la vita: la capacità di dare e ricevere affetto senza paura, di costruire intimità autentica, di permettersi di essere vulnerabile con le persone che ama.
Ha un’autostima realistica, non gonfiata
L’ultimo segnale è forse il più sfumato ma non meno importante. Un bambino con autostima sana non è quello che pensa di essere il migliore in tutto. Quella spesso è autostima fragile, compensatoria, che crolla al primo fallimento. L’autostima vera è quella che vedi quando un bambino riconosce i propri punti di forza senza esagerare, accetta i propri limiti senza disperarsi, non si distrugge dopo un errore.
Susan Harter, nel suo fondamentale lavoro del 1999 sullo sviluppo delle rappresentazioni del sé, ha mostrato come l’autostima più solida si sviluppi in ambienti familiari che combinano calore affettivo e regole chiare. I famosi studi di Diana Baumrind sugli stili genitoriali, condotti a partire dal 1967, hanno dimostrato che lo stile autorevole – caldo ma con limiti – è associato a maggiore autostima nei figli rispetto agli stili troppo rigidi o troppo permissivi.
Questa forma di autostima nasce quando i bambini si sentono visti, ascoltati, valorizzati per quello che sono, non solo per quello che fanno o quanto sono bravi. Quando l’amore non è una medaglia che si vince con i voti alti o il comportamento perfetto, ma una presenza costante e rassicurante. Se tuo figlio riesce a dire “Questa cosa non mi riesce bene, ma va bene così, posso migliorare” oppure “Sono bravo a disegnare ma la matematica non è il mio forte”, sta mostrando un rapporto equilibrato con se stesso.
Nessun genitore è perfetto e va benissimo così
Ora, se hai letto fin qui e stai pensando “Ok, ma mio figlio fa solo tre di queste cose, ho fallito?”, fermati immediatamente. Primo, ogni bambino è diverso. Il temperamento conta moltissimo. Come documentato da Rothbart e Bates nel 2006, alcuni bambini sono naturalmente più introversi, altri più lenti nell’elaborazione emotiva, altri ancora più cauti per carattere.
Secondo, e questo è fondamentale: nessun ambiente familiare è perfetto. Tutti sbagliamo, tutti abbiamo giornate no, tutti a volte reagiamo male o non siamo disponibili come vorremmo. Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, coniò l’espressione “madre sufficientemente buona” proprio per sottolineare che i bambini non hanno bisogno di perfezione. Hanno bisogno di genitori presenti nella maggior parte del tempo, capaci di riparare quando sbagliano, di dire “Scusa, ho esagerato”, di riprovarci.
Quello che conta è la qualità complessiva della relazione nel tempo, non l’assenza di errori. I bambini sono incredibilmente resilienti quando hanno almeno una relazione sicura su cui contare. Detto questo, ci sono situazioni in cui è importante chiedere supporto. Se noti cambiamenti bruschi e persistenti nel comportamento di tuo figlio – problemi di sonno improvvisi, perdita di appetito significativa, ritiro sociale marcato, regressioni importanti, comportamenti auto-lesivi – è opportuno parlarne con il pediatra o con uno psicologo dell’età evolutiva.
Probabilmente stai facendo meglio di quanto credi
Il fatto stesso che tu sia qui a leggere questo articolo dice qualcosa di importante: ti importa. Ti stai interrogando, stai cercando di capire, stai mettendo in discussione il tuo operato. E questo, secondo la ricerca di Sanders del 1999 sul Triple P-Positive Parenting Program, è già un fattore protettivo: i genitori che riflettono sul proprio ruolo e sono disponibili ad aggiustarsi tendono ad avere figli con esiti migliori.
Quindi la prossima volta che tuo figlio ti abbraccia senza motivo apparente, o ti racconta con dovizia di particolari perché è arrabbiato con l’amico, o prova qualcosa di nuovo anche se ha un po’ paura, fermati un attimo. Respira. E pensa: forse lo sto facendo meglio di quanto credevo. Perché probabilmente è esattamente così. Stai creando quello spazio emotivo sicuro in cui tuo figlio può crescere, sbagliare, imparare, essere se stesso. Non è poco. È tutto.
Benvenuto nel club enorme e leggermente disordinato dei genitori che fanno del loro meglio. Siamo milioni, siamo stanchi, a volte non sappiamo cosa stiamo facendo, ma stiamo comunque facendo un lavoro straordinario. E i nostri figli, anche se non lo dicono a parole, ce lo mostrano ogni giorno con questi piccoli, preziosi segnali.
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